TUTTO CIO’ CHE E’ IN ME, E’ VENUTO DA FUORI.
SI E’ ORGANIZZATO IN MODO DIVERSO.
PIAN PIANO GLI ELEMENTI SI SONO COMBINATI IN UNA FORMULA MAGICA.
BASTA PENSARE AL CARBONIO, ALL’IDROGENO E ALL’OSSIGENO.
MA IN FONDO NON SIAMO COSI’ SPECIALI
E NON SAPPIAMO FAR ALTRO CHE DISTRUGGERE TUTTO,
INSIEME A NOI STESSI.
-Scritto durante gli studi di Ecologia all’università, 2004-
IO VENGO DALLA MONNEZZA.
Premessa
Prima di inviarle questo “scritto”, ho ritenuto opportuno farlo leggere a qualcuno, persone che mi conoscono e non. Mi è stato esplicitamente chiesto qual è il senso, o meglio “dove voglio andare a parare”, qual è il tema che cerco di sviluppare.
Non c’è un tema. Questo scritto è una “insalata” di pensieri e riflessioni maturate negli ultimi due anni della mia vita, condita di frequenti flashback, nel tentativo di capire cosa sto facendo e dove sto andando, senza perdere di vista il suolo dove radicano le mie origini.
Per questo spero che lei non si annoi, che provi a non giudicarmi, che non cerchi, come hanno fatto altri, di dare un TEMA portante al discorso, qualcosa che possa ricondurre l’ultima pagina alla prima, un filo logico che leghi il tutto insieme.
Non c’è alcun filo, alcun tema…solo la voglia di parlare, forse con rabbia, forse come una invasata, forse dando l’idea di voler far pietà, senza rendermene conto. Volevo solo dirle che se mi son presa la “confidenza” di scriverle in questi termini, quasi come se mi stessi “sfogando” con un amico, è solo grazie alle sue lezioni, in cui potevamo essere quello che volevamo, dire quello che sentivamo. Semplicemente io l’ho fatto fra queste righe.
Premetto anche che in queste righe troverà spesso termini dialettali (slang napoletano), che non mancherò di “tradurre” adeguatamente, e vere e proprie parolacce, delle quali mi scuso, ma che non ho potuto omettere, altrimenti quello che ho scritto avrebbe reso molto meno l’idea di ciò che voglio esprimere.
Inoltre mi scuso per la mia indiscussa logorrea, congenito difetto che non posso smussare.
Caro prof. Longo,
ricordo il felice esordio della sua prima lezione per noi “Silsini”, quando ha detto:
“Vivo a Milano da quando avevo 14 anni, ma mi sento ancora straniero…”
sono esattamente le ore 01,27. Sono in un paese del sud est di Milano.
Si chiama San Donato Milanese.
Milano ha una grande provincia, fatta di paesi con nomi fatti di numeri:
Milano 2, Milano 3, Quarto Oggiaro, Quinto Romano, Sesto San Giovanni, Settimo Milanese, Novate milanese...e si potrebbe andare avanti a oltranza, senza usare molta fantasia…infatti sembra quasi che ce n'erano così tanti di paesi, che ad un certo punto abbiano esaurito tutte le idee per dargli dei nomi, e così hanno cominciato a dare i numeri...per l’appunto!
Comunque io sono qui, “fresca fresca” in questa nuova e immensa città che tutti dicono sia piena di cose da offrire! Sarà, ma finora non mi è stato “offerto” che questa stanza che pago “profumatamente”, nella quale passo tutte le mie serate buttata davanti ad un televisore, a lobotomizzarmi il cervello.
A volte guardo anche due film uno dietro l’altro, che per me equivale a dire che sto proprio male!
Insomma vengo da una “condizione napoletana”, a casa mia, dove uscivo quasi tutte le sere, facendo la “felicità” di mia madre, che è rimasta ancora all’età della pietra, in cui alle ragazze era permesso di uscire solo il weekend, con la sorellina piccola al seguito; e mi ritrovo qui, in quel di Milano, sola come nemmeno un cane (ai tempi di oggi c’è molta più cura per gli animali domestici).
A volte ho provato a cercare le cose belle di questa città.
Ci sono riuscita: la metropolitana!
Il citoscheletro di Milano segue le linee del metrò rosso, giallo e verde.
74.6 Km di binari, come i coni di una retina, si ramificano sul terreno di Milano.
50 km di rete si snodano attraverso il territorio comunale, lo segnano sulla pelle, come il marchio di un tatuaggio.
Lo attraversano almeno un miliardo di volte al giorno, su e giù...giù e su.
I restanti 26 Km raggiungono i comuni dell'hinterland.
51,5 km di rete sono sotterranei, i restanti sono sopraelevati, in trincea o a raso.
88 stazioni, di cui 19 extraurbane.
È in progetto la costruzione di altre 3 linee: la 4 di colore blu, la 5 magenta, e la 6 non identificata…
La rete è gestita dall’Azienda Trasporti Milanesi (ATM).
Il metrò scandisce i ritmi della vita dei milanesi. È come un reticolato di arterie e vene che pompano sangue e ossigeno a tutti gli organi della città.
Milioni di persone ogni giorno salgono sul treno. Uomini in giacca e cravatta con la 24 ore, studenti universitari e delle scuole, commesse, impiegati, badanti, turisti, senza tetto, extracomunitari che suonano il violino, mendicanti e quant’altro. Quelli che entrano per primi si dispongono ad occupare i posti alle estremità delle file a quattro, in modo da dover sopportare il contatto o il calore o la puzza di una sola persona che si siede a fianco. Quindi se si potesse riprendere il momento esatto in cui il metrò parte dal capolinea con una telecamera, sembrerebbe tutto organizzato come un addestramento militare, come un balletto tutto calcolato. Se un posto all’estremità si libera, la persona che stava in mezzo con una altissima percentuale si sposterà sul posto liberatosi.
Ci ho messo un po’ di tempo per capire questi movimenti…ci ho messo un po’ per fare esattamente come tutti.
All’inizio che ero a Milano, mi sembrava un miracolo che la metropolitana passasse con una tale frequenza (ogni 3 minuti per l’orario infrasettimanale). Vedevo comunque la gente correre appresso ad ogni treno, o correre a priori, anche senza vedere il treno arrivare. Mi sembrava assurdo.
Dopo un mese lo facevo anche io.
Nel metrò non puoi entrare se non hai il biglietto. Però quando ne fai uno, prendi il metrò, fai 2 fermate, devi uscire e vuoi rientrare dopo 10 minuti, devi fare un altro biglietto.
Le linee metropolitane a Napoli sono ben 7, più 3 in progetto…peccato che a Napoli la metropolitana passa ogni 20 minuti (orario infrasettimanale, figurati nel weekend!).
Gli orari in cui passano può dirteli un santo che ti viene in sonno la notte prima, perché solo Dio conosce gli orari. Le linee sono gestite da ben 5 compagnie diverse (Metronapoli, Trenitalia, RFI, Circumvesuviana e SEPSA), che però non “apparano” ad un azienda decente (vuol dire che NON EGUAGLIANO AD UNA SINGOLA AZIENDA CHE FUNZIONI DECENTEMENTE).
Il metrò napoletano può portarti a ben 53 km di distanza da dove ti trovi, quando hai la fortuna di riuscire a salirci sopra, ed è composto da 69 stazioni di merda, sporche, piene di drogati e brutti ceffi. Alcune stazioni le hanno chiamate “Stazioni dell’arte”, perché ci hanno messo sculture, mosaici e pannelli decorativi…in realtà l’hanno fatto solo con l’intento di distrarti, perché in quell’oretta che aspetti il treno successivo potrebbe venirti la voglia di bestemmiare in serbo-croato tutte e cinque le aziende per la mobilità.
Sono circa 10 anni che provano a finire le nuove linee della metropolitana, che raggiungono punti della città non “coperti” dal servizio. Ogni volta che torno a Napoli invece di vedere un pezzo di metropolitana finito, vedo l’apertura di un nuovo cantiere archeologico, perché a Napoli quando scavi sotto, trovi i resti greco-romani, oltre ai frigoriferi e ai tir. Con buona approssimazione e con grande ottimismo, credo che se tutto va bene e vivrò a lungo ed avrò dei figli, forse loro riusciranno a prendere queste nuove linee verso i 50 anni di età.
In metrò a Napoli entri anche senza biglietto, è per questo che fa così schifo. Giustamente il biglietto nessuno lo fa. Quando entra il controllore, vedi agitazione diffusa in tutti i vagoni, te ne accorgi, l’adrenalina sale “a palla”, lo respiri, a meno che non c’è qualche signora obesa che esclama deglutendo: “‘O Cuntrollo” (il controllo)! Allora non hai dubbi, sono loro: i cavalieri dell’apocalisse! In genere le tattiche sono quelle di prendere tempo fino alla prossima fermata e scappare via una volta fuori dal treno. Con qualche bestemmia te la puoi cavare. Per prendere tempo, puoi inventarti tutte le generalità, fingendo di non avere il documento. Una volta l’ho fatto anche io. E giuro che mi sono divertita un casino…
Prima di approdare qui a Milano, ho vissuto un anno in Germania. Ricordo che proprio nel periodo in cui organizzavo il mio ritorno a Napoli, ho cominciato a leggere il libro di Roberto Saviano, “Gomorra”. Avrà sicuramente sentito parlare di questo libro, o forse l’avrà proprio letto. Io l’ho fatto mentre tornavo a casa, in treno. Non le nascondo che piangevo nel leggerlo. C’è un capitolo in particolare del quale riporto alcune parti e che descrive in dettaglio quello che è successo negli ultimi decenni “al” e non “nel” sud Italia. Poi capirà perché ho usato una diversa locuzione…
Tratto da “Gomorra” (Terra dei fuochi), di Roberto Saviano:
Sempre più tentavo di ricostruire in mente l’immagine dell’economia, qualcosa che potesse dare il senso della produzione, della vendita, le operazioni dello sconto e dell’acquisto. Era impossibile trovare un’organigramma, una precisa compattezza iconica. Forse l’unico modo per rappresentare l’economia nella sua corsa era intuire ciò che lasciava, inseguirne gli strascichi, le parti che come scaglie di pelle morta lasciava cadere mentre macinava il suo percorso. Le discariche erano l’emblema più concreto d’ogni ciclo economico. Ammonticchiano tutto quanto è stato, sono lo strascico vero del consumo, qualcosa in più dell’orma lasciata da ogni prodotto sulla crosta terrestre. Il Sud è il capolinea di tutti gli scarti tossici, i rimasugli inutili, la feccia della produzione. Se i rifiuti sfuggiti al controllo ufficiale – secondo una stima di Legambiente – fossero accorpati in un’unica soluzione, nel loro complesso diverrebbero una catena montuosa da quattordici milioni di tonnellate: praticamente come una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari. Il Monte Bianco è alto 4.810 metri, l’Everest 8.844. Questa montagna di rifiuti, sfuggiti ai registri ufficiali, sarebbe la più grande montagna esistente sulla terra. È così che ho immaginato il DNA dell’economia, le sue operazioni commerciali, le sottrazioni e le somme dei commercialisti, i dividendi dei profitti: come questa enorme montagna. Una catena montuosa enorme che – come fosse stata fatta esplodere – si è dispersa per la parte maggiore nel sud Italia, nelle prime quattro regioni con il più alto numero di reati ambientali: Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. Lo stesso elenco di quando si parla dei territori con maggiori sodalizi criminali, con il maggior tasso di disoccupazione e con la partecipazione più alta ai concorsi per volontari nell’esercito e nelle forze di polizia. Un elenco sempre uguale, perenne, immutabile. Il casertano, la terra dei Mazzoni, tra il Garigliano e il Lago Patria, per trent’anni ha assorbito tonnellate di rifiuti, tossici e ordinari. […] Nessun’altra terra nel mondo occidentale ha avuto un carico maggiore di rifiuti, tossici e non tossici, sversati illegalmente. Grazie a questo business, il fatturato piovuto nelle mani dei clan e dei loro mediatori ha raggiunto in quattro anni quarantaquattro miliardi di euro. Un mercato che ha avuto negli ultimi tempi un incremento complessivo del 29.8 per cento, paragonabile solo all’espansione del mercato della cocaina. Dalla fine degli anni ’90 i clan camorristici sono divenuti i leader continentali nello smaltimento dei rifiuti. […] I boss non hanno avuto alcun tipo di remora a foderare di veleni i proprio paesi, a lasciar marcire le terre che circoscrivono le proprie ville e i propri domini. La vita di un boss è breve, il potere di un clan tra faide, arresti, massacri ed ergastoli non può durare a lungo. Ingolfare di rifiuti tossici un territorio, circoscrivere i propri paesi di catene montuose di veleni può risultare un problema solo per chi possiede una dimensione di potere a lungo termine e con responsabilità sociale. Nel tempo immediato dell’affare c’è invece solo il margine di profitto elevato e nessuna controindicazione.
La parte più consistete dei traffici di rifiuti tossici ha un vettore unico: nord-sud. Dalla fine degli anni ’90 diciottomila tonnellate di rifiuti tossici partiti da Brescia sono stati smaltiti a Napoli e Caserta e un milione di tonnellate, in quattro anni, sono tutte finite a Santa Maria Capua Vetere. Dal nord i rifiuti trattati negli impianti di Milano, Pavia, e Pisa venivano spediti in Campania.
[…] Le campagne del napoletano e del casertano sono mappamondi della monnezza, cartine al tornasole della produzione industriale italiana. […] Da nord verso sud i clan riescono a drenare di tutto. Il Vescovo di Nola definì il sud Italia la discarica abusiva dell’Italia ricca e industrializzata. […] Lo smaltimento è un costo che nessun imprenditore italiano sente necessario. Gli stake ripetono sempre la stessa medesima metafora: «Per loro è più utile la merda che cacano piuttosto che i rifiuti, per smaltire i quali devono sborsare valigie di soldi ».
Ho vissuto tutta la mia vita in una città, ricca, ricchissima….di mondezza. Di problemi, di delinquenza, di sangue, mala amministrazione e mala sanità. Quando mi chiedono da dove vengo, io non rispondo più che vengo da Napoli, ma cito una canzone di un carissimo terrone come me, Caparezza, e rispondo:
“Io vengo dalla monnezza”.
Io sono napoletana, e, ahimè, sono fiera di esserlo…e non sa quanto mi costi questa fierezza…
Ho passato la vita ad amarla, Napoli, in ogni suo aspetto: dall’ “ammuina” (la confusione) nelle piazze alla calma del mare, dalla pizza al sole, dalle attese interminabili alle fermate del bus al calore della gente. Nelle vecchie e strette strade del centro storico ho trovato spesso la mia dimensione ideale, fatta di urla di venditori ambulanti, di negozi colorati e bancarelle con le foto di Totò, di bambini alla guida di macchine e motorini rigorosamente senza casco. Questi due anni vissuti fuori mi hanno fatto esplodere qualcosa dentro che reprimevo da tempo. Se penso a qualcosa che riesca ad esprimere il convulso palpitare di sentimenti e stati d’animo che mi divora il cervello da più di 10 anni, mi viene in mente solo una parola: RABBIA.
Da pronunciare con svariate R e svariate B…come la cadenza napoletana vuole.
Una rabbia mista ad amarezza, invidia, cordoglio…qualcosa che solo chi ha subito può capire, qualcosa che solo chi ha vissuto a lungo qui, tra queste campagne imbottite di rifiuti, può sentire. Basta prendere la macchina e andare per le periferie di Napoli per vedere frigoriferi lasciati per strada, imballaggi di plastica riversati ai lati del guard rail, che non riesci a spiegarti, perché non ci arrivi che qualche industria, magari dietro l’angolo, li ha abbandonati lì…tanto non c’è nessuno qui disposto a tutelare il cittadino. I cittadini sono feccia…è vero!…sono ignoranti, terroni, emigranti, puzzolenti, cafoni, tamarri, guardoni, parlano una lingua incomprensibile, sono sporchi, “alluvionati”, brutti, scostumati, arroganti, arrabbiati, violenti, sgarbati…
Televisori, divani, sedie, polveri non identificate, pannolini, cessi rotti, cartoni, copertoni, intere ruote di macchine, passeggini, materassi, mobili in legno…e quant’altro. Solo chi ha respirato per 10 anni il fumo denso della spazzatura bruciata in estate, quando fa caldo, e le finestre sono tutte aperte, può capire. Magari stai dormendo e ti svegli con quella puzza orribile che ti graffia le narici, e ti fa incazzare, ti fa gridare forte, un grido che resta nelle tempie, sbatte contro una parete e l’altra del tuo cranio, perché sai che non serve a niente urlare, tranne a farti ingrossare il fegato…ma si! chi se ne frega! tanto “e na manera s’adda murì” (in un modo o nell’altro si deve morire)….moriremo tutti di tumore qui, in quel di Napoli…dove la vita salutare non la fa nessuno, dove non c’è un pezzo di verde dove andare a riposare, nemmeno a pagarlo oro. Dove il Dio Cemento la fa da padrone, e la “legge del tetto” * è la migliore per costruire abusivamente palazzi e palazzi, grigi come i tuoi polmoni.
Mi sono chiesta spesso perché a Napoli non potesse esistere lo stesso “ordine” tedesco e anche un po’ milanese, perché non potessero esserci altrettanti turisti, data la sua eclettica bellezza. Non ho voluto trovare una risposta…non ci ho provato nemmeno. Una volta a lezione lei ha detto che l’unica Bioetica è quella ambientale. Beh, mi sono anche chiesta cosa ne pensa dello sversamento illecito di rifiuti lombardi e veneti nel sottosuolo campano, a cosa servirebbe parlare di “ecoetica” a questi imprenditori e camorristi senza scrupoli, cosa crede possa importare dell’ambiente a queste persone che hanno fatturato miliardi sui tumori dei casalesi e acerresi?
Quando avevo 25 anni volevo diventare sindaco di Napoli, per aiutare la mia città, battermi contro la camorra a costo di morire. Adesso, dopo quattro anni, non voglio più niente. Sono ancora giovane, ma non ho più nessuna ambizione. Il mio ex-ragazzo tedesco rabbrividiva quando mi sentiva parlar così….scappava da me. Quasi gli facesse schifo questo mio essere tanto arrendevole alla vita. Ma come pretendevo potesse capirmi un tedesco? Il fatto è che quando le forze contrarie si annullano vicendevolmente dentro e fuori di te, tu senti di esserti “spento”.
Di sogni non ne hai più, te li hanno presi tutti. Non è lo sfogo di un’adolescente questo: ho 29 anni e la mia adolescenza è passata da un pezzo. Non è un modo per far pietà ad un professore per avere un voto alto: aveva già detto che avrebbe messo 30 a tutti. Non è il tentativo di trovare qualcosa di cui parlare, in assenza di idee. Lei ha dato a tutti noi la LIBERTA’ DI ESPRESSIONE…io, visto i tempi che corrono, me la sono presa proprio tutta…con una lussuria che non avevo mai provato fino ad ora. L’ingordigia di parlare, come vomitare tutto in una volta sola, partendo dalla bocca vomitare me stessa, come se volessi rivoltarmi come un guanto di peli, pelle, viscere, muscoli, vene, sangue, cuore e cervello…non è bella come visione, quella che cerco di evocare, ma è la più vera per me. Quella che meglio riesce a esprimere il mio sdegno.
Oggi c'è la rivoluzione dell’informazione (almeno così dicono) ed è problematico farne parte per chi ha ben poco da dire. Per chi non ha più fiato per urlare. Mi viene in mente un verso di Ungaretti da “Mio fiume anche tu”:
“Pietà in grido si contrae di pietra”
che riesce pienamente a rappresentare quello che vuol dire gridare per me. Qualcosa di sterile, freddo, immobile. Come una pietra. Un grido che non ha voce alcuna. Non emette onde di pressione, né fa vibrare l’aria e le cose. Come un aborto. Non può raggiungere nessun orecchio. Stroncato sul nascere.
Come si spiega il dolore mentale a livello scientifico? A cosa corrisponde? Il flusso di un gradiente chimico? Il legame di una proteina a un recettore? L’idrolisi enzimatica di una molecola? Un potenziale di azione a corto circuito totale? Perché la vita dell’uomo deve essere così complicata?
A volte credo, anzi, ne sono fermamente convinta, che nel regno animale l’unica specie che non si è evoluta è proprio l’uomo, se per evoluzione si intende un processo che implica l’adattamento all’ambiente naturale. Ma se si parassita la vita insieme all’ambiente e agli altri animali, come può essersi evoluto?
Se la gioia di vivere scema ogni minuto che passa, come posso sentirmi evoluta?
Neanche i miei pensieri evolvono…ormai sono come una involuzione rispetto a 4 anni fa.
Io non posso permettermi debolezze fuori dal mio tugurio. Allora le stipo qui, tutte nel mio racconto, che nulla racconta che non si conosca. E fuori vorrei essere perfetta. E invece sono solo una che ha subito. E continuerà a subire.
SU…D….
C’è l’alto e il basso in questa parola, l’altolocato e quello che a forza di affossarsi non trova più il fondo. Come si dice, quando hai toccato il fondo non puoi che risalire?....beh, questo “fondo” per me non finisce più. E non mi riesce di vergognarmi per quello che i napoletani rappresentano nel resto del mondo. Non mi interessa ricordare le lezioni di ecologia applicata, in cui studiavo i metalli pesanti e i fitofarmaci con effetti annessi sul suolo.
Io non so che farmene di queste nozioni.
Qui a Napoli non servono.
L’unica cosa che può servire è un bel paio di paraocchi, così magari riesci a “campare”, sopravvivere, proprio come qualsiasi altro animale. Cercando da mangiare tra gli scaffali di un bel supermercato (che qui nella periferia napoletana è una delle cose su cui la camorra investe di brutto).
Una volta ho interrogato un mio alunno. Gli ho chiesto:
“Simone, cos’è un vulcano?”
Lui mi ha risposto:
“Eh, prof., un vulcano?...è un centro commerciale!”
Io ho sorriso come tutti. Ma il mio era un sorriso di amarezza. Vulcano Buono è un complesso multifunzionale ubicato nell'area dell'agro nolano. Il complesso è costituito da un albergo, un ipermercato Auchan, un cinema multisala e da una galleria, a doppia altezza, di negozi e ristoranti. Si vede anche dall’aereo! Che emozione! Quando stai per atterrare nell’aeroporto di Capodichino, dopo aver visto il mare, il Castel dell’Ovo, il palazzo reale, il Maschio Angioino e San Martino, c’è Lui! Il grande Vulcano, quello buono, che non erutta! Centro commerciale dalle dimensioni extra-large, tipiche del modello americano, dov’è tutto concentrato in un spazio solo…ci puoi mangiare, fare shopping, guardare un film…la gente ci passa il “sabato nel villaggio” dentro, facendo una bella passeggiata nel centro della struttura, dove può trovare una bella piazza di 160 metri di diametro di asfalto (equivalente della napoletana Piazza del Plebiscito!!!). Adesso i campani hanno un posto in più dove passare il meritato tempo libero, buttando i loro soldi fra tonnellate di cemento, possono prendere una boccata d’aria salubre sotto le pendenze dalle coperture in Calcestruzzo armato, ammirando la bellezza delle fantastiche colonne di ferro...erette come una delle 7 meraviglie del mondo.
Ed è questo lo scempio del genere umano. Il consumismo ci ha dato tutto, paradossalmente togliendocelo. Il bello è che nessuno se ne accorge. Nessuno ha il tempo per ribellarsi.
Ogni volta che “scendo” a Napoli, ogni volta che ritrovo quel “sano profumo” di diossina, tanto inebriante, ogni volta che rivedo cumuli di spazzatura riversa per le strade, lavori in corso interminabili per la metropolitana, ogni volta che ritrovo quel caos da caleidoscopio piantato nel bulbo sub-encefalico…proprio ogni volta, piango dentro di me.
Piango perché Napoli non smetterò mai di amarla, ma vorrei farlo.
Perché so che andrò via, unendomi all’esodo di persone alla deriva verso le autostrade nord…incanalandomi anche io in quello che non voglio, in quello che non sono.
Le mie lacrime sono amare più del limone. Mi faccio pena e mi sento in colpa verso mio padre, che fedele viene a prendermi alla stazione con la sua macchina da 4000 euro, perché solo quella riesce a permettersi, dopo che gliene hanno fottute due nel giro di pochi mesi.
E ogni volta mi chiede: “Come va il lavoro? E’ fatt na cosa ‘e sord? (hai guadagnato qualche soldo?)”
Mi viene in mente una frase di Baricco che fa:
“Quando ti accade di vedere il posto dove saresti salvo, sei sempre lì che lo guardi da fuori. Non ci sei mai dentro. È il tuo posto, ma tu non ci sei mai.”
Ed è proprio così che mi sento io. So che passerei qui tutta la vita, ma non posso. Perché sono proprio come tutti gli altri. Arrendevole, rassegnata, sconfitta, vinta, stanca…E dovrò accontentarmi di guardarlo da fuori. Come quando ero in Germania, e parlavano dei disordini a Napoli per la questione dei rifiuti.
È come vedere quello che fa parte di te, delle tue membra, la tua gente, le persone che ami e della cui vita non sei partecipe. Di cui non condividi sofferenze e gioie. A qualcuno verrebbe da dire che è meglio così, meglio scappare, meglio trovare un posto migliore.
Sentirsi salvo in questa terra? Ebbene si…io mi sento salva proprio qui. Questo è il mio sole, questo è il mio mare. Questa è la croce che Dio mi ha dato. Io che ho camminato nei vicoli più malfamati di Napoli a notte fonda. Da sola, sfidando “mariuoli” (ladri) e delinquenti per giungere dove dovevo. Per sentire sulla mia pelle i brividi di una paura che ho provato, ma almeno mi SENTIVO VIVA. Io che ho guardato in faccia ragazzini di 12 anni, che (le posso giurare che non sto esagerando) mettono più paura di Totò Riina.
Io che ho sfidato Napoli nelle sue mille sfaccettature, vorrei stare qui.
Respirare in questi vicoli dove camminavano greci, arabi, francesi e spagnoli.
Dove si parla un dialetto incomprensibile, ma che “ti riempie la bocca” quando lo parli. Che ti si disegna sul volto come ogni parola un pezzo di puzzle, ma ti disdegna quando lo senti parlare dalle donne che urlano affacciate ai balconi o dai cafoni per strada. Che ti inebria nelle poesie e nelle canzoni napoletane classiche, ma che necessita di un vocabolario a parte per riunire tutte le parolacce e bestemmie esistenti.
Adesso posso dirle, PRUFUSSO’ (“professore”, come la chiamerebbero a Napoli), il senso della diversa locuzione usata all’inizio. Quello che è successo AL sud, e non NEL sud. È giusto per enfatizzare il fatto che qui si subisce soltanto.
Quello che è successo e succede sulla mia pelle, non posso soffiarlo via.
Posso solo sperare in un futuro…
…IMPERFETTO…
• legge che stabilisce che una volta costruito il tetto di una casa, nessuno può venire a smantellare tutto l’edificio.
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